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RETE SOCIALE
25/11/2008  Lascia un commento
Sotto il grembiule niente
Ormai Berlusconi è un incubo. Non è che lo si voglia attaccare a tutti i costi, anzi; sarebbe salutare poterselo dimenticare di tanto in tanto, magari pensando al maltempo incipiente che viene preannunciato come una catastrofe anche se ormai, alle soglie di dicembre, siamo tutti qui ad aspettarcelo da un momento all’altro. Ecco, vorremmo dimenticare il nostro Premier per un po’, ma la cosa risulta impossibile, perché lui è sempre lì con il suo copione inossidabile a sparare castronerie di quelle destinate a fare il giro del mondo, rimbalzando dal New York Times al Le Monde, dal Daily Mirror a El Pais.

Ultima in ordine di tempo (almeno per il momento) è la candida affermazione con cui il Silvio nazionale si è esibito in seguito alla tragica morte del diciassettenne del torinese travolto dal crollo di una controsoffittatura della scuola che frequentava. A parte il cattivo gusto della definizione di fatalità data ad uno dei tanti eventi tutto sommato abbastanza prevedibili considerato lo stato di degrado in cui giace una gran parte delle strutture che ospitano scuole, un’altra sua considerazione non poteva non colpire al cuore la categoria professionale più vessata d’Italia: quella degli insegnanti. Ha detto il Premier, in sostanza, che gli insegnanti entravano nell’aula tutti giorni e nessuno mai aveva segnalato nulla, segno questo che nulla poteva lasciar presagire quello che poi è successo.

Quasi viene da chiedersi se quegli insegnanti non siano meridionali ( nel qual caso la loro incompetenza nell’accertamento di agibilità di un edificio potrebbe essere prontamente spiegata dalla loro cronica ignoranza già certificata dalla Gelmini), o se da qualche parte del loro contratto da fannulloni non ci sia una clausola che impegni ad una attenta analisi strutturale delle aule e degli altri locali della scuola.

Insomma è ora di finirla. Fermo restando il fatto che l’inadeguatezza, e in molti casi la fatiscenza, degli istituti scolastici non si può addebitare unicamente a questo o a quel governo, ci pare veramente troppo per il nostro Presidente del Consiglio uscirsene così, come si suol dire per il rotto della cuffia, con una constatazione che questa volta più che comica appare veramente grottesca. Grottesca e pericolosa. E pericolosa perché se tutti gli insegnanti cominciassero a mettere per iscritto le situazioni di anomalia e di rischio ravvisabili in tutte le nostre scuole, forse l’unico taglio che resterebbe da fare al Governo sarebbe quello delle proprie vene.

Vogliamo cominciare? In quale scuola, ad esempio, è rispettato pienamente il rapporto tra la cubatura dell’aula e il numero degli studenti della classe? Forse in nessuna. Le classi sono, infatti, sempre più affollate ed il numero degli studenti per ognuna di esse è destinato anche ad aumentare già dal prossimo anno scolastico per effetto della nuova legge. Di conseguenza, in quante aule c’è la possibilità di lasciare –così come le norme prevedono- ampi corridoi tra una fila di banchi e l’altra ed evitare che banchi siano addossati alle finestre e alle pareti in modo da rendere difficoltosa una fuga eventuale? E quante scale sono realmente dotate di antiscivolo? E quante palestre sono a norma? E da quanti soffitti cadono di tanto in tanto innocui calcinacci da quelle che appaiono ( e si spera che siano) solo superficiali screpolature? E la quantità dei servizi igienici risulta veramente sempre adeguata al numero degli studenti che frequentano la scuola? E i collaboratori scolastici, tra i cui compiti rientra anche la vigilanza degli alunni, sono assegnati alle scuole in misura realmente adeguata alle rispettive esigenze? E quante volte gli stessi responsabili della sicurezza sono costretti alla più larga interpretazione delle norme, perché si troverebbero di fronte all’unica altra alternativa di dichiarare inagibile la scuola? E quante volte a segnalazioni fatte le massime Istituzioni scolastiche hanno risposto con un prudentissimo e roboante silenzio?

In questa situazione è abbastanza evidente che, se proprio al Ministro della Pubblica Istruzione sembrava necessario dover cominciare la riforma della scuola partendo dal look, forse più che di grembiulini sarebbe stato preferibile partire dai caschi. "Meglio un figlio ignorante che morto" ha gridato tra le lacrime il padre del povero Vito. Ed ha ragione, specie in questo Paese dove l’ignoranza sembra capace di portare veramente molto in alto.

Anna R.G. Rivelli
 
 
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